Lettere di San Girolamo

Prima lettera

Venezia, alla Trinità, 5 luglio 1535

Ad Agostino Barili, servo dei poveri.

Carissimo in Cristo Padre. Con le ultime vi mandai le risposte alle lettere vostre da Como e da Giovannantonio.

 

Quanto all’esser libero dai miei impegni, sembra che la cosa vada per le lunghe e solo Dio sa il modo e dove.

 

Circa l'aiuto che più volte abbiamo domandato, non vedo altro rimedio se non due: uno, che preghiamo l'eterno Padre che mandi operai, perché qui c’è simile bisogno e forse di più, credetemi; l'altro, che si perseveri sino alla fine, ovvero fino a che il Signore mostri qualcosa e che si veda esser suo.

 

Circa la mia assenza sappiate che io mai vi abbandono con quelle orazioncine che io so; e, benché io non sia nella battaglia con voi nel campo, io sento lo strepito e alzo nell'orazione le braccia quanto posso.

Ma la verità è che io sono niente. E credete certo che la mia assenza è necessaria: le ragioni sono infinite, ma se la Compagnia starà con Cristo, si otterrà l'intento, altrimenti tutto è perduto. La cosa è discutibile, ma questa è la conclusione. Sicché pregate Cristo pellegrino dicendo: Resta con noi, Signore, perché si fa sera.

 

E se non vi pare di intendere la ragione per cui la mia assenza è necessaria, scrivetemelo: credo che vi soddisferò.

 

Avvisate tutte le opere che mi scrivano spesso e dettagliatamente e che mandino le lettere prima a voi e, lette che le avrete, mandatele a me, non tralasciando però di provvedere voi nel frattempo quanto Dio vi ispiri.

 

E ordinate a messer Giovanpiero che continui nei due incarichi particolari, che pare convengano a lui; e che spesso e dettagliatamente mi avvisi, sempre nel modo detto e sempre mandi a voi le lettere per me. I due incarichi detti sono che non si dimentichi di tenere il miglior modo che Dio gli ispiri per confermare quelli della Valle nelle buone devozioni; cominciando l'altro che si faccia carico di procurare lavoro per la Compagnia.

 

A Giovannantonio da Milano, che confermi la Compagnia nella pace, osservanza delle buone usanze e devozione; e che mandino negli ospedali quelli che non lavorano con pace, devozione e modestia.

 

Ai sette, che si ricordino di aver cura di confermarsi nella carità di Dio e del prossimo, e delle confessioni e comunioni a suo tempo.

 

Ai dodici, che confermino sé stessi e i fratelli nelle opere di Cristo e che si guardino dal tornar indietro loro, ne lasciar tornare altri.

 

Il guardiano metta bene in mente che siano conservate le buone usanze e non la risparmi ad alcuno e solleciti che non si stia in ozio.

 

Il lettore solleciti il far leggere d'ora in poi più spesso di quanto si è fatto finora.

 

L'ebdomadario solleciti le orazioni a suo tempo; continui il leggere a tavola e spieghi quel che intende, domandi quello che non intende; e soprattutto che tutto si faccia di buonora e mantenga la Compagnia nella devozione: mancando la devozione, mancherà ogni cosa.

 

Il dispensiere non faccia golosi i ragazzi, né li lasci patire; preveda bene la quantità del pane, non lasci venire mancanza di viveri in casa e metta qualche buon ordine nella questua, perché la Compagnia non perda la via di star nella solitudine.

 

A messer prete Lazzarin, che abbia per raccomandate quelle pecorelle, se ama Cristo. E che al tempo delle loro confessioni non aspetti che i ragazzi lo chiamino, ma egli stesso li inviti caldamente alla confessione e comunione secondo la solita buona devozione. E non lasci raffreddare il fuoco dello spirito, perché non vada in rovina ogni cosa. E vada spesso a mangiare con loro e domandi spesso chi si vuole confessare. E dopo confessati, faccia loro le ammonizioni in pubblico e in privato che gli mostrerà la carità di Cristo. E lo stesso faccia per gli uomini della Valle; continui le buone devozioni.

 

l sollecitatore solleciti che non si stia in ozio, procuri dei lavori, ..., tenga in ordine l’eremo, faccia lavorare tutti con discrezione; non perda il lavorare, la devozione e la carità, le quali tre cose sono fondamento dell’opera.

 

Che Giovannantonio da Milano stia alla regola del lavorare, perché coi non lavorare poco si confermano i fratelli nella carità di Cristo.

 

I mulattieri abbiano cura dell'asinella; vedano se si può fare qualche buona provvista per il suo mangiare; tengano pulita la casa.

 

L’infermiere abbia carità e curi gli infermi e si abbia ad usare qualche buona attenzione agli infermi per i primi giorni; passati i primi giorni, se peggiorano, si mandino a Bergamo. Abbia anche cura dei sani, perché non facciano disordini e si ammalino, sebbene non si sia mai usato dare questo incarico agli infermieri.

 

A messer Giovanni, che abbia per raccomandata l'opera e non si smarrisca, né si raffreddi nel procurare di farli continuare nel lavoro.

Soprattutto che messer prete Alessandro faccia questa volta lo sforzo di confermare quell'opera con la modestia che Cristo gli ispiri, soprattutto di mortificare alquanto quei procuratori di Milano e aver per raccomandato Romiero.

 

Non posso più scrivere. Aspetto da tutti i sopraddetti una risposta dettagliata.

 

 

 

Venezia, alla Trinità, 5 luglio 1535. Girolamo

Seconda lettera

Venezia, alla Trinità, 21 luglio 1535.

Ad Agostino Barili, poi alla Compagnia.

Fratelli e figlioli in Cristo dilettissimi della Compagnia dei servi dei poveri.

 

Il vostro povero padre vi saluta e conforta nell'amore di Cristo e osservanza della regola cristiana, come nel tempo che ero con voi ho mostrato con fatti e con parole, talmente che il Signore si è glorificato in voi per mio mezzo.

 

E poiché il fine nostro è Iddio, fonte di ogni bene, nel quale solo - come nella nostra orazione diciamo - dobbiamo confidare e non in altri, così ha voluto il benigno Signore nostro, per accrescere la fede in voi, senza la quale fede - dice l’evangelista - Cristo non può fare molti miracoli, e per esaudire l’orazione santa che gli fate, perché egli vuole pure servirsi di voi poverelli, tribolati, afflitti, affaticati e infine da tutti disprezzati e abbandonati anche dalla presenza fisica, ma non dal cuore, dei vostro povero e tanto amato e caro padre.

 

E certamente non si può sapere questo, perché egli abbia fatto così, tuttavia si possono considerare tre cose.

 

La prima, che il benedetto Signore nostro vuole mostrarvi che vi vuol mettere nel numero dei suoi cari figlioli, se voi persevererete nelle vie sue, come ha fatto con tutti i suoi amici e alla fine li ha fatti santi.

 

La seconda, per accrescere la vostra fede in lui solo e non in altri, perché’- come e ‘detto di sopra - Dio non opera le cose sue in quelli che non hanno posta tutta la loro fede e speranza in lui solo: e coloro nei quali c’è grande fede e speranza, li ha riempiti di carità e ha fatto cose grandi in loro. Sicché, non mancando voi di fede e speranza, egli farà di voi cose grandi esaltando gli umili. Per questo motivo mi ha tolto da voi insieme ad ogni altro strumento che vi dà soddisfazione e vi ha condotti a queste due scelte: o che mancherete di fede e ritornerete alle cose del mondo, o che starete forti nella fede e in questo modo egli vi proverà.

 

La terza, per provarvi come si prova l’oro nella fornace le scorie e le impurità che sono nell’oro si consumano nel fuoco, mentre l’oro buono si conserva e cresce di pregio. Cosi fa il buon servo del Signore che spera in lui: sta saldo nelle tribolazioni e poi Dio lo conforta e gli dà il cento per uno in questo mondo di quello che lascia per amor suo, e nell’altro la vita eterna. Così ha fatto a tutti i santi. Cosi ’fece al popolo d’Israele: dopo tante tribolazioni che ebbe in Egitto, non solamente lo fece uscire con tanti miracoli dall’Egitto e lo nutrì di manna nel deserto, ma gli diede la terra promessa.

 

Anche voi sapete, perché vi è stato assicurato da me e da altri, che similmente farà Dio di voi, se starete forti nella fede. E al presente io ve lo replico e affermo più che mai che se voi state forti nella fede nelle tentazioni, il Signore vi consolerà in questo mondo e vi farà uscire dalla tentazione e vi darà pace e quiete in questo mondo: in questo mondo, dico, temporaneamente. e nell’altro per sempre.

 

E di questo io ho qualche certezza visibile, di avere la nostra Compagnia qui in questo mondo luogo di pace. E questa lettera vi mando scritta apposta, perché ci mandiate due ragazzi per mostrare loro la detta terra promessa, che noi chiameremo luogo di pace. E questo capitolo sia segreto e non si legga ad altri che a quelli della Compagnia dei servi.

 

Perciò mandatemi due ragazzi della Compagnia dei servi; e quelli che restano, procurino di stare, forti nella via di Dio, che è amore e umiltà con la devozione.

State attenti che non avvenga scandalo o disturbo nella Compagnia, oppure nei luoghi che servite. Sappiate che quei due che manderete, non importa che siano più dei vecchi che dei nuovi, né grandi né piccoli, né primi né ultimi.

 

Abbiate l’occhio a due cose: la prima, che per nulla scomodiate la Compagnia nei detti luoghi. anzi abbiatene più cura che mai. Non vi posso dir altro: abbiate più cura che mai e non guardate a pena alcuna per mantenere tutti nella via di Dio. La seconda, che quelli che mandate vi sembri che abbiano intenzione di stare nella Compagnia e osservare le nostre buone usanze cristiane e che vengano volentieri.

 

Ancora prego tutta la Compagnia che voglia dar questo incarico a messer prete Agostino insieme con Giovannantonio vice; e tutti stiano contenti che siano eletti quelli che loro due d’accordo eleggeranno, consigliandosi però ed esaminando comodamente con prudenza, perché non c’è fretta alcuna, ma quando Dio manda un’occasione, non bisogna perderla.

 

Ancora per un’altra cosa vi ricordo che non abbiate fretta, perché vorrei fossero talmente informati dal messer prete Agostino su tutte le cose e da Giovannantonio sulla Compagnia e da messer Giovanpiero similmente che, oltre alle lettere che scriveranno tutti e tre, mi sappiano anche rispondere su qualcosa che domanderò loro. Perciò cominciate presto a scrivere e scrivetemi lungamente tutti e tre.

 

Non altro. Voglio che tutti mi crediate questa parola: sappiate certo, certo, certo che la mia lontananza sarà di grande onore di Dio e beneficio alla Compagnia, se da parte vostra non si manca. Ma se da voi si mancherà, non mancherà l’onore di Dio, come è detto, ma in altri. Sicché da voi dipende tutto, perché’ Dio non mancherà.

 

Date loro quei due colletti bianchi, che portavamo Giovannantonio e io, e dite loro che vadano negli ospedali ad alloggiare, dicendo che mi portano lettere importanti, e che li pregano da parte mia di dar loro dei pane per l’amore di Dio, per non perdere tempo a cercare; ma non si fidino di questo, ma del Signore e vogliano patire. A tutti dicano che, oltre le lettere, hanno da parlarmi a voce da parte di messer prete Agostino in segreto.

 

Messer prete Agostino, dopo letto questa lettera, la manderete alla Compagnia, confortando tutti nel Signore.

Girolamo scrisse 21 luglio 1535, in Venezia, alla Trinità.

 

Ancora vi ricordo che stiate attenti, e soprattutto ricordo a voi, messer prete Agostino carissimo, e a Giovannantonio vice, che vi sforziate di avere un certo riguardo per mantenere la Compagnia in pace, un riguardo maggiore di quando c’ero io, il migliore che si possa dire. E se ci fosse qualcuno che non si lasciasse guidare. non abbiate riguardo a prendere provvedimenti, senza riguardo alcuno, perché è meglio che uno patisca, che tutta la Compagnia sia turbata o nasca qualche cattiva usanza.

 

Così anche. al contrario, se Giovannantonio avesse desiderio che qualcuno non gli fosse tolto; e su questo particolare intendetevi tra voi due, per adesso, finché Dio non mostri altro.

 

Terza lettera

Brescia, 14 giugno 1536.

A Lodovico Viscardi in Bergamo.

Messer Lodovico, carissimo in Cristo. Con la vostra pazienza salverete le vostre anime. Qual vantaggio infatti avrà l’uomo, se guadagnerà il mondo intero? Mi pare che mi potete intendere, ma siamo come il seme seminato tra le pietre, cioè di quelli che credono per un certo tempo, ma nell’ora della tentazione vengono meno.

 

A noi tocca sopportare il prossimo, scusarlo dentro di noi e pregar per lui ed esteriormente veder di parlargli con qualche mansueta parola cristianamente, pregando il Signore vi faccia degno, con la vostra pazienza e mansueto parlare, di dirgli tali parole che egli sia illuminato del suo errore in quell’istante. Perché il Signore permette tale errore per vostra e sua utilità, acciò che voi impariate ad avere pazienza e a conoscere la fragilità umana e che lui poi per vostro mezzo sia illuminato e sia glorificato il Padre celeste nel Cristo suo.

 

E ci si guardi dal fare il contrario, quando accade una di queste occasioni, come sarebbe mormorare, dire male, corrucciarsi, esser impaziente, dire: "Non sono santo, non son cose da sopportare; questi non sono uomini mortificati", o cose simili; e poi dare il proprio guadagno ad altri, dicendo: "Sarebbe bene che il tale gli parlasse, ovvero gli scrivesse e lo avvertisse, perché lo farebbe meglio di me; a me non crederà; io non sono buono per questo, ecc."; ma dobbiamo pensare che solo Dio è buono e che Cristo opera in quegli strumenti che vogliono lasciarsi guidare dallo Spirito Santo.

 

E poiché io ho letto la vostra lettera, vista con grande piacere per lo zelo che si vede che avete per l’opera, mi è parso di scrivervi questa, mai scritta secondo il mio solito, rimettendomi poi a messer padre Agostino, il quale vi darà qualche avviso, essendo indirizzata la lettera a lui.

 

Quanto alla farmacia, un magro provvedimento è stato preso coi dire che si paghi di mese in mese e che del debito vecchio si abbia a scontare ogni mese qualche cosa. Bisognava provvedere di trovare il modo di avere il denaro per pagarlo.

 

Tuttavia bisogna prendere quello che manda il Signore e servirsi d’ogni cosa, e sempre pregare il Signore che ci insegni a trarre ogni cosa a buon fine e credere certo che ogni cosa sia per il meglio e tanto orare e pregare che vediamo e, vedendo, operare secondo quanto al momento capita, perché fra un mese non avrete il mezzo per pagare la spesa nuova e neanche il debito vecchio.

 

Pertanto allora si potrebbe, non mostrando altro il Signore, convocare di nuovo gli amici dell’opera e ricordare loro che fu stabilito da loro che ogni mese si pagasse la farmacia, ecc., e che al presente non c’era modo e che tutti si ricordassero del modo che tutti dovrebbero tenere.

E se non si trova altro modo, fate ricordare a messer Marcantonio e a messer Giovanni che altre volte è stato detto che tutte le opere siano unite e che unitamente si faccia la questua; ma che prima si dia da mangiare ai poveri, poi si paghino i debiti fatti per il vitto, poi altro. Si mandi in esecuzione questo e si lasci stare ogni altra cosa; e si facciano apposite questue col migliore mezzo che essi sapranno e si sconti questo debito.

 

Quanto al secondo punto, dubiamo che col far tre questue si infastidirà la gente, si dividerà l’opera, si verrà in concorrenza e, ciò che è peggio, alla mormorazione e a urtare un’opera con l’altra.

 

E circa l’assumere il Vescovo il carico di un’opera, non credo che sua Signoria abbia detto questo, ovvero che non è stato inteso bene, perché so che sua Signoria ama tutte le opere e il suo desiderio è di soccorrere tutte. Ma non si può più di quel che si può. E bisogna credere che sua Signoria farà quel che potrà: o mezza, o una intera, o due, o tre, o tutto, o parte, secondo che il Signore gli darà le forze.

 

Quanto al cercare uomini eletti, molto lo lodiamo e preghiamo il Padre che mandi operai.

 

Circa il terzo punto, non sappiamo di quella donna veneziana cosa alcuna, sicché non vi possiamo dare alcuna risposta.

 

Molto mi dolgo di messer prete Zanon: avrei molto piacere che egli fosse avvisato e pregato per l’amore di Dio che resistesse a questa tentazione e beato lui se sarà detto ogni male di lui con bugia; e che egli dovrebbe sopportarla con grande allegrezza, aspettando una grande ricompensa in cielo.

 

Di quella buona persona ancora non ne sappiamo niente; e nessuna buona ne abbiamo tra mano.

 

Quarto. Vi avviso che non solamente in queste cose non vi intromettiate, ma se qualcuno ne parlasse. interrompete il discorso, non perché il lavoro non sia un bene, poiché sta scritto: "Chi non lavora, non mangi", ma ogni volta che vien proposta una cosa buona. che non si possa fare, bisogna ritenere certo che è tentazione luciferina e non è da Dio, perché Dio non fa nessuna cosa indarno. E questa tentazione non è tentazione nuova, ma vecchia.

 

E in questo non siamo lontani da questo desiderio, ma continuamente abbiamo fatto ogni sforzo di mandarlo in esecuzione: come pubblicamente si sa che abbiamo lavorato tre anni a Venezia, pubblicamente con i poveri derelitti, due anni, e questo è il terzo, che abbiamo lavorato nell’arte rurale nel Milanese e nel Bergamasco, pubblicamente: e tutti lo sanno. E Madonna Lodovica sa quanto abbiamo faticato per voler prendere in casa l’arte del tessere, fino a voler lavorare gratis. E ora qui in Brescia abbiamo dato principio al cucir delle berrette. E questo vi dico per affermare che gli altri mormorano ed hanno questo desiderio a parole, e noi abbiamo mostrato il desiderio con i fatti. Non bisogna dunque spronare il cavallo che corre.

Sicché dico: non si può fare; non che non sia da fare, né che non si possa lavorare. Ma chi avete in casa atti a lavorare? E chi avete che voglia loro insegnare per l’amor di Dio? E che arte avete a questo proposito?

Pure concludo che il lavoro è un bene e continuamente lo vado cercando e prego Dio che ce lo dia; ma ancora non ne vedo via né modo, eccetto una, e pensiamo che essa certamente riuscirà in tutti i luoghi dove lavoriamo: cioè fare delle trecce per cappelli. E quanto a questo abbiamo trovato molti segreti più volte, ultimamente per preparare la paglia. Perciò vi prego che con quanta riputazione potete, procuriate si abbia a fare questo lavoro.

 

Il modo che dovete seguire per adesso è che parliate con gli amici che ci riservino qualche decina e centinaia di steli di frumento, di spelta e farro, senza trebbiarli. A vostra istanza poi vi manderemo maestri adatti.

 

Quinto. Molta consolazione abbiamo avuto a riguardo del Basilio; fategli intendere, fategli carezze, siate presente quando potete, quando egli medica; lodatelo nelle cose lodevoli e nelle altre sopportatelo. Fate che sia servito, affinché alla sua venuta siano subito pronti gli infermieri e tutti gli unguenti, e le bende, fili, garza, ago, filo ecc. Non promettetegli cosa alcuna, affinché abbia il merito; ma se gli potete fare qualche carità all’improvviso, il Signore ve lo mostri. E avvisatelo che se io troverò, dove mi trovo, qualche bella cura, gliela manderò apposta, dovessi anche tirarla fuori da qualche ospedale. E così vedrete crescere l’onore di Dio, dell’ospedale e di Basilio.

 

Sesto. Sollecitate le cose della questua meglio che sapete; spero che, dove manchiamo noi, il Signore supplirà molto più.

 

Settimo. Quanto alla tela, mi piace molto, ma che cosa è per tante persone? Pure di tutto ringraziamo il Signore.

 

Ottavo. Quanto al sacerdote, avete fatto bene a ricordarlo, nonostante che tutti cerchino e ne abbiano bisogno e non se ne trovi. Pure non si cesserà di cercare.

 

Nono. Non so dir altro di Romiero e Martino, se noli che i discepoli sono secondo il maestro. Perciò pregate Dio che mi dia la grazia di dar loro miglior esempio di quanto ho fatto finora e che Dio dia loro miglior maestro e a me migliori cooperatori.

 

Decimo. Quanto ad Ambone, tenetelo con questa condizione, piacendo a voi e a lui, altrimenti mandatemelo. E ditegli con questo medesimo patto: cioè che sempre egli stia in fondo alla tavola e ogni volta che farà qualche male, che non beva vino; e se fa qualche male di maggiore importanza, abbia sempre una punizione. Il suo ufficio sia svuotare i vasi dei bisogni insieme a quei compagni che vi pare, scopare tutta la casa, portare acqua, legna, ecc., e mai maneggiare cosa da mangiare. Né mai vada fuori di casa, né mai parli ad altri che a voi e al nostro commesso, che si chiama luogotenente, e al guardiano. E osservando per un po’di tempo questa regola, lasciatelo poi andare in su a tavola con gli altri; e tanto quanto migliorerà, tanto gli si toglierà questo giogo di penitenza per i suoi errori commessi. E state attento di non risparmiare di dargli la punizione ogni volta che egli parla come prima, e se lo sa e non l’accusa, dategli la medesima punizione.

 

Meglio sarebbe che gli faceste osservare questa regola con buone parole, senza dire che ve l’ho scritto. State attento e avvertite il portinaio che presto egli vi potrebbe scappare e tirarsi dietro dei ragazzi, perché questa è la sua abitudine e ha detto di portar via Giovanni .... E se egli accennasse d’andar via, contentatelo subito e non concedetegli altro tempo.

 

Undicesimo. Per ora, non come norma ordinaria, ma per una volta se capita, o più, come vi parrà, vi si dà licenza di dare da mangiare ai questuanti, perché io non ho autorità di darvela altrimenti, ma si deve trattare la cosa nel capitolo ovvero ridotto nostro; ciò che si concluderà, vi sarà comunicato. se ce lo richiederete.

 

Dodicesimo. Quanto alla lettura, non vi fidate dei ragazzi: vigilate, interrogate, esaminate e ascoltate spesso se leggono o recitano. E non vi fidate di Bernardino. Quanto alla grammatica, io non so chi avete che sia atto ad insegnar grammatica; quando ne avrete, fatelo sapere a messere prete Alessandro, chi è, la disposizione e la sua condizione, e lui vi risponderà.

 

Tredicesimo. Quanto a messer Giovanni, non bisogna parlargli con lettere morte, come le mie lettere, ma bisogna pregar per lui e parlargli a viva voce le parole di vita.

 

 

(di mano del Barili): Il servo dei poveri Girolamo ha scritto quanto sopra.

Poiché mi pare che messer Girolamo vi scriva a sufficienza di tutto quello che voi scrivete, non mi dilungherò a dirvi altro, eccetto che vi mandiamo indietro la vostra, perché la riscontriate con la presente, e un’altra diretta a messer Amedeo, fratello di messer Giovanni Cattaneo. Vedete di fargliela avere presto, perché è importante.

 

Mi resta da dirvi che avete fatto un bell’errore a non mandare una lettera a quel prete di Somma Campagna, avendo avuto messer Leone, al quale la potevate dare, non ostante che io ve l’avessi detto.

Non altro. State bene nel Signore e pregate per tutti noi.

 

 

 

 

 

Da Brescia, nell’ospedale della misericordia, il 14 giugno. Sacerdote Agostino, servo dei poveri.

Quarta lettera

Valle di San Martino, il giorno della Madonna.

A Giovanni Battista Scaini, a Bedizzole.

Carissimo in Cristo, pace. Sebbene sia ormai passato il tempo per preparare la medicina per curare il male agli occhi, te ne mando ugualmente la ricetta che mi hai chiesto.

 

Prendi una certa quantità di tuzia già preparata e, senza macinarla né farle altro trattamento, mettila in una tazza, o in un recipiente dal fondo piatto.

 

Fai che sia accuratamente stesa da coprire tutto il fondo, evitando che i granuli si sovrappongano l’uno sull’altro, e proporzionando la quantità della polvere alla capacità del recipiente.

 

Poi spremi un po’di agresto e conservane il succo in un bicchiere.

Quando sarà limpido, versalo nella tazza in modo da ricoprire interamente la tuzia.

 

Lascia il tutto esposto al sole per la durata di quaranta giorni.

 

Ogni giorno aggiungi la medesima quantità di agresto, che sia spremuto fresco ogni volta, anzi, un giorno versa agresto e un giorno acqua ordinaria di canale. Prepara l’agresto nuovo di giorno in giorno.

Tieni esposto al sole più in continuazione possibile, evitando che vi cada dentro acqua piovana.

 

Se l’uva è matura non è più adatta.

 

E adesso è troppo tardi, perché’ è difficile avere quaranta giorni di bel sole e agresto nuovo.

 

Per questa volta raccogli ugualmente i grappoli che trovi, spremili e conservane l’agresto.

 

Durante i quaranta giorni di esposizione al sole, il miscuglio si deve seccare bene, ed essere così asciutto da poterlo macinare facilmente.

Appena è ben secco, togli il contenuto dalla tazza e fallo macinare da un pittore, su quella pietra che egli usa per ridurre in polvere i suoi colori.

 

Riponi tutto in una manica di camicia sottile, senza rotture, e scuotila per bene.

 

Poi conserva la polvere in un’ampolla di vetro ben sigillata da impedire ogni contaminazione.

 

Per fare le applicazioni, prendi una punta d’argento, simile ai punteruoli dei sarti, ben pulita, e con essa deponi la polvere nell’occhio, in quantità più o meno maggiore a seconda della gravità del male, una volta solo al giorno, o con maggior frequenza per chi soffre di più.

Ti avverto che in principio la polvere produce bruciore, per la presenza dell’agresto, quindi non bisogna metterne troppa per volta, specialmente a chi desse più intensamente il senso di scottatura.

Come dose massima, quella che ci può stare sulla punta, come dose minima quella che può essere tollerata.

 

Ed ecco come fare l’applicazione.

 

Nella mano destra tieni la punta con la polvere, mentre con il pollice della sinistra apri a forza l’occhio, sollevando la palpebra.

 

Appena la punta tocca l’occhio, abbassa rapidamente la palpebra in modo da rinchiudervi insieme punta e polvere.

 

Poi rapidamente estrai la punta come faresti per estrarla da un fodero.

Gli occhi devono rimanere chiusi almeno per un quarto d’ora, precisamente fino a che perdura prurito nell’occhio.

 

In caso di applicazione alla sera, meglio andarsene a letto e non aprire più l’occhio. Meglio ancora se ci si addormenta.

 

In ogni caso si deve evitare di strofinare od aprire l’occhio dopo l’applicazione.

 

Non c’è alcun pericolo.

 

Non ci sono da temere complicazioni, anzi, chi sta prendendo altre medicine per bocca, tanto meglio.

 

La polvere è indicata per ogni malattia degli occhi.

 

Fai attenzione che la pietra del pittore sia ben pulita, lavata ed asciutta. Basta così.

 

Usami la cortesia di raccomandarmi alle preghiere dei nostri fratelli, specialmente di messer Bartolomeo e messer Stefano.

 

Da come vanno le cose mi pare di capire che non chiedi al Signore la grazia di agire, e la fede senza le opere è morta.

 

Non credere di essere davanti a Dio quel che ti sembra essere.

 

Scritta nella Valle di San Martino, il giorno della Madonna. Girolamo Miani.

 

Di solito si comincia a preparare la ricetta il giorno di San Giovanni, cioè da quando si trova il primo agresto.

Quinta lettera

Somasca, 30 dicembre 1536.

A Giovanni Battista Scaini, a Salò.

Carissimo fratello in Cristo. La pace dei Signore sia con voi.

 

Per mezzo del nostro messer Francesco ho ricevuto la vostra e visto quanto in essa mi scrivete.

 

Non è necessario che facciate tanto caso per la questua, nella quale si è fatto poco raccolto, poiché il Signore, il quale dice che dobbiamo cercare prima il regno di Dio, ci provvederà di queste cose opportunamente.

 

Neanche si è mandato costì per altro che per darvi occasione di meritare, per cui, avendo voi fatto dal canto vostro ciò che vi è stato possibile, il Signore resterà soddisfatto di voi, poiché la buona volontà supplirà al difetto presso di lui, che è benignissimo.

 

Quanto al rimandare un altr’anno costà, Iddio sa quello che sarà allora. lo penso che potrei forse essere unto dell’ultima unzione a quel tempo, per cui non avrei bisogno di rimandare costà per olio da ungere la gola.

 

Di quello che si è raccolto, mi rimetto al vostro parere e, mandandolo a Brescia, si vedrà come disporne.

 

Non si mancherà di far memoria di voi nelle nostre orazioni. Pregate Dio che le esaudisca e che a voi dia grazia d’intendere la volontà sua in queste vostre tribolazioni e di eseguirla, poiché la maestà sua deve volere qualche cosa da voi, ma forse non la volete ascoltare.

 

State sano e pregate Dio per me e raccomandatemi a messer Stefano.

 

 

Da Somasca, il 30 dicembre 1536. Girolamo Miani.

Sesta lettera

Somasca, Il gennaio 1537.

A Lodovico Viscardi, in Bergamo.

Messer Lodovico fratello in Cristo dilettissimo.

 

Per non essere qui messer prete Agostino padre nostro, con sua licenza ho lette le lettere vostre a lui indirizzate; e perché lo avvisate di quei disordini, in modo che si prenda qualche provvedimento, vi rispondo che alla sua venuta, che sarà fra pochi giorni, gli mostrerò la vostra lettera e prego Dio gli mostri il rimedio e il provvedimento.

 

Nel frattempo vi prego di chiamare il commesso, il somiere, Giovanni infermiere, Iob dispensiere e Martino latore della presente e avvisateli che io faccio loro intendere da parte di Cristo che Dio li punirà, come ho detto a Bernardino primo più volte che Dio lo punirà, se egli non si emenda; e sono stato cattivo profeta, benché’ abbia profetizzato il vero. Si guardino da Dio: Dio li punirà, se non si emendano.

 

Non sanno che essi si sono offerti a Cristo e sono in casa sua e mangiano del suo pane e si fanno chiamar servi dei poveri di Cristo? Come dunque vogliono fare quel che è detto senza carità, senza umiltà di cuore, senza sopportare il prossimo, senza procurare la salute del peccatore e pregar per lui, senza mortificazione, senza fuggire il denaro e il volto delle donne, senza obbedienza e senza l’osservanza delle norme in uso?

 

Perché sono in mia assenza. pensano di essere nell’assenza di Dio? Vedano ora chiaramente ciò che, anche nella mia assenza, mi fa dire il Signore. Essi sanno se il Signore me lo fa dire; se io non dico il vero, io divento succubo del padre della menzogna e divento membro di questo padre della menzogna. Essi sanno che io dico il vero; perché non l’hanno da Dio? E se Dio mostra loro per questo mezzo che egli li vede, perché non temono Dio? Vivranno dunque ipocriti e ostinati? Se non si emenderanno e se il timore di Dio non opererà, neanche il timore degli uomini varrà.

 

Sicché non so dir loro per adesso altro, se non pregarli per le piaghe di Cristo che vogliano essere mortificati in ogni loro atto esteriore e pieni interiormente di umiltà, carità e di unzione; sopportarsi l’un l’altro; osservare l’obbedienza e rispetto per il commesso e per i santi antichi ordini cristiani; mansueti e benigni con tutti, soprattutto con quelli che sono in casa; e sopra tutte le cose mai mormorare contro il nostro vescovo, anzi sempre - come in tutte le nostre lettere abbiamo scritto - obbedirgli; ed esser frequenti nell’orazione davanti al Crocifisso, pregandolo che voglia aprire gli occhi della loro cecità e domandargli misericordia, cioè che siano fatti degni di fare penitenza in questo mondo come caparra della misericordia eterna.

 

In altre lettere abbiamo scritto che procurino di mandare a questi poveri un paio di forbici e unguento per la rogna; ve lo ripeto, ne hanno grande bisogno.

 

Anche a voi ricordo la vostra salute. Io non ho tempo di scrivervi altro, perché abbiamo quasi tutti quelli di casa ammalati di una grave infermità e sono più di sedici infermi. Pace a voi.

 

Già che l’asino viene, dategli le forze, che vi mandiamo Giovan Francesco, al quale si impiaga una gamba.

 

 

 

Somasca, Il gennaio 1537. Girolamo Miani per incarico.